riflettori dei massmedia internazionali, circa un migliaio di abitanti
del mondo si ritrovava fuori le mura del centro di identificazione ed
espulsione di Ponte Galeria, a Roma.
A pochi giorni dall'approvazione del DDL sicurezza, quindi a pochi
giorni dal prolungamento del periodo di reclusione all'interno dei
C.I.E. a 180 giorni, molti/e compagni e compagne antiautoritari/e ed
anticapitalisti/e hanno ritenuto importante solidarizzare direttamente
con i reclusi e le recluse di questi lager della democrazia.
Oltre alla distribuzione di materiale informativo sono stati letti
numerosi contributi in più lingue al microfono ed è stato diffuso un
numero di telefono per permettere di mantenere un contatto
continuativo tra l'interno e l'esterno. Per manifestare la propria
solidarietà un gruppo di ragazzi ha anche dedicato alcune canzoni
alle/i recluse/i.
Nonostante il tentativo da parte delle forze repressive di oscurare la
comunicazione, numerose sono state le chiamate ricevute dall'interno,
alcune delle quali sono state ascoltate attraverso l'amplificazione
del presidio.
Ancora una volta, i reclusi e le recluse ci hanno ribadito le
condizioni in cui sono costretti/e a vivere, nonostante le continue
intimidazioni da parte della polizia presente all'interno della
struttura carceraria. Tra le numerose privazioni subite all'interno
del C.I.E., il razionamento dell'acqua (1 litro al giorno per ogni
detenuta/o) ha spinto gli/le attivisti/e a dar vita ad una vera e
propria pioggia di bottiglie di plastica oltre le mura del lager.
La stampa è stata tenuta a distanza poichè ritenuta responsabile,
tanto quanto i politici, di aver creato un clima d'odio e di
diffidenza nei confronti dei/delle migranti/e, contribuendo a
costruire lo stereotipo dello straniero come pericolo e nemico
pubblico. Alcune/i attiviste/i dei media indipendenti hanno infatti
attaccato ironicamente la stampa ufficiale, ostacolandone le riprese e
dando fuoco ad un'enorme telecamera di cartone, per ricordare ancora
una volta l'asservimento dei mezzi di informazione di massa a
politiche repressive e securitarie dei governi.
Durante la giornata il silenzio di quell'area desolata è stato rotto
dai nostri cori e urla di rabbia, che si sono intrecciati a quelli
delle/i recluse/i.
Infine, un gruppo di medici ed avvocati del legal team ha deciso di
propria iniziativa di organizzare una delegazione che entrasse ad
incontrare i/le reclusi/e; la prefettura non ha dato l'autorizzazione.
NESSUNA GABBIA
NESSUNA FRONTIERA
TUTTE LIBERE, TUTTI LIBERI
Antirazziste e Antirazzisti
di Valerio Evangelisti
Il metodo lo potremmo definire “ucciderli da piccoli”. Consiste nell’individuare gruppi di individui potenzialmente pericolosi, in quanto notoriamente ostili al sistema o a certi suoi aspetti, e incarcerarli o comunque angariarli in via preventiva, subissandoli di capi d’imputazione. Ciò in nome di lievi reati del passato prossimo o remoto, ingigantiti a livello di crimini colossali, oppure di reati non ancora commessi ma che potrebbero commettere in futuro.
E’ questa la linea adottata dal governo, con la connivenza di settori della magistratura (nessuno si illuda che tutti i magistrati siano dei Falcone / Borsellino: basti vedere certe cene sospette di loro illustri esponenti), dell’opposizione (?) e delle forze dell’ordine. Ne sono dimostrazione i 21 arresti di studenti dell’Onda di due giorni fa, e le perquisizioni in tutta Italia.
La motivazione ufficiale sono state le scaramucce (definirli “scontri” è esagerato) del 19 maggio scorso a Torino, contro la conferenza dei rettori d’Europa, chiamata a convalidare la totale privatizzazione dell’istruzione universitaria. Il movente vero è però stato enunciato a tutte lettere: gli arrestati “avrebbero potuto” contestare l’imminente riunione del G8. Parola di Giancarlo Caselli, praticamente un “padre della Repubblica”, idolo della sinistra (??) giustizialista, come i vari Spataro, Bocassini, D’Ambrosio.
Non è l’unico caso di lotta preventiva alle intenzioni. Il 10 giugno sono stati arrestati alcuni militanti della sinistra antagonista, sulla base di niente, perché “avrebbero potuto” tentare di ricostituire le Brigate Rosse e turbare il G8. Peggio ancora l’esito del processo milanese seguito all’ “Operazione Tramonto”, contro militanti del CPO Gramigna di Padova e del sindacalismo di base. Nel corso del dibattimento tutte le prove sostanziali sono miseramente cadute. Però anche questi sovversivi poco pentiti “avrebbero potuto” ricostituire le BR. Ne sono seguite condanne dai quindici anni in giù.
Poi c’è stata la retata, anch’essa “preventiva”, alla festa di Radio Sherwood. Sessanta persone arrestate, a prevenire loro ipotetici crimini. E l’irruzione al centro sociale Askatasuna di Torino, infondata quanto l’altra. L’Italia è diventata il regno bipartisan dell’”avrebbero potuto”. Regola già applicata a misteriose “cellule islamiche” dalle cattive intenzioni. Potenziali, è ovvio. Come nel profetico Philip K. Dick di Minority Report, si processano in anticipo i comportamenti futuri previsti da veggenti.
Non so perché, un ricordo mi torna alla mente. Mio nonno materno e i suoi due fratelli, imolesi, erano socialisti notori. Ogni volta che Mussolini passava per Bologna erano arrestati. Il motivo? “Avrebbero potuto” attentare al Duce.
Va detto che i tempi erano migliori, e la detenzione durava alcuni giorni, non quindici anni.
Mi viene un dubbio. Il governo italiano attuale non sarà fascista? Ma no, mi si risponderà: ha a capo un allegro libertino, che vara una legge garantista (per lui) dopo l’altra, e per presidente della Repubblica un anziano stalinista che sottoscrive tutto quanto. La “opposizione” parlamentare, poi, sulla linea dell’“avrebbero potuto” è totalmente concorde, si tratti di studenti facinorosi, di brigatisti in allenamento, di cellule islamiche non ancora attive, di indipendentisti sardi che non hanno ancora fatto un cazzo però potrebbero farlo.
Ma il dubbio rimane.
(it) CdC FAI: Il tramonto dell'umanità
Date Sun, 5 Jul 2009 23:46:09 +0200IL TRAMONTO DELL’UMANITÀ
L’approvazione in via definitiva del pacchetto-sicurezza, diventato
ufficialmente legge dello stato, sancisce la svolta autoritaria del
paese che assume connotati chiaramente fascisti. Si tratta di una
serie di norme che servono a criminalizzare precise categorie di
persone: gli immigrati, i senza casa, gli oppositori.
L’introduzione del reato di clandestinità porta a compimento un
processo di discriminazione degli immigrati che va avanti da più di
dieci anni e che si fonda su norme varate nel tempo da governi di
centrosinistra e centrodestra (leggi Turco-Napolitano e Bossi-Fini)
che hanno reso impossibile la vita di migliaia di immigrati con il
ricatto della clandestinità, con il legame tra contratto di lavoro e
permesso di soggiorno, con i respingimenti, le deportazioni e la
reclusione nei centri di permanenza temporanea.
Con il pacchetto-sicurezza, il governo chiede il pizzo agli immigrati
in cambio del permesso di soggiorno, e per chi è (o diventa)
clandestino, il periodo di reclusione nei centri di detenzione si
innalzerà fino a sei mesi: un lasso di tempo sufficiente per
annichilire un essere umano, per portarlo alla follia e al suicidio,
così come accaduto tante volte tra le mura di questi lager della
democrazia.
Oggi che l’Italia è nelle mani di una classe politica cinica e amorale
che sollecita gli istinti peggiori di una società preda della paura e
chiusa nel suo egoismo, di una classe politica che legalizza lo
squadrismo neofascsita e xenofobo e imbavaglia un’informazione già in
larga misura connivente col potere, viene inferto un colpo mortale
alle stesse garanzie democratiche, e si ratifica l’esistenza di una
legislazione speciale per soggetti non graditi al sistema.
La schedatura delle persone senza fissa dimora, la criminalizzazione
di chi fa una scritta su un muro e la stessa reintroduzione del reato
di “offesa a pubblico ufficiale” sono tutti aspetti di una precisa
visione politica che difende ipocritamente il presunto decoro delle
città colpevolizzando la miseria, gli stili di vita alternativi o la
stessa possibilità di contestare apertamente il potere. Infine, la
legalizzazione delle ronde – versione aggiornata delle squadracce – ci
dà il senso preciso del fascismo che anima la compagine di governo.
Mentre le cronache ci restituiscono il prevedibile affresco di un
presidente del consiglio e di una classe dirigente compromessi in
oscene ostentazioni di potere, il governo scrive una delle pagine più
buie della storia recente di questo paese dando in pasto all’opinione
pubblica una legge feroce e inumana che si fonda sulle bugie e
sull’odio. Nel frattempo, i lavoratori – italiani e immigrati –
muoiono sui luoghi di lavoro, la crisi economica devasta le vite di
tutti, l’insicurezza opprime milioni di persone schiacciate dalla
disoccupazione e dalla precarietà.
È necessario mobilitarsi, ovunque e ogni giorno, per sconfessare e
contrastare le leggi razziste e fasciste a partire dalla propaganda
che le fomenta e sostiene.
Bisogna ricostruire, in ogni angolo delle nostre città, quartiere per
quartiere, metro per metro, quelle reti di solidarietà, di libera
convivenza e di rispetto reciproco che sono l’unico antidoto alla
paura alimentata dal potere.
È tempo di resistere, oggi più che mai, a questa miseria morale, a
questo tramonto dell’umanità. Non bisogna piegare la testa né si deve
cedere alla rassegnazione.
Oggi tocca agli immigrati. Domani toccherà a tutti.
Commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana - FAI
cdc@federazioneanarchica.org
www.federazioneanarchica.org
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A - I n f o s Notiziario Fatto Dagli Anarchici
Per, gli, sugli anarchici
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Testimonianza dall’Honduras: non credete ai media officiali, la gente vota e resiste!
"Il primo segnale che stava succedendo qualcosa è stato che i militari hanno staccato la luce in tutta la città. Solo da poco ci siamo procurati un generatore, ma abbiamo pochissima benzina perché è razionata, non si vende, e quindi posso restare collegata pochissimo tempo”. Quando avete saputo del golpe? “in mattinata prestissimo è arrivata la notizia che hanno preso il presidente con la forza. La capitale ha iniziato a reagire, mentre dalle altri parti del paese si è animata la gente a continuare a votare per il referendum. Anzi le ultime notizie sono che anche nella capitale dove può sta votando in massa”.Quindi si sta votando che tu sappia? “Qui dove mi trovo sono arrivati i militari e hanno sequestrato le urne per impedire il voto. Nella capitale è successo in molti posti ma ho molte testimonianze che in tutto il resto del paese e anche in alcune zone della capitale la gente sta correndo a votare come forma di dire NO al golpe”.
I media funzionano? “Hanno spento tutto. Appena hanno sequestrato il presidente Zelaya hanno chiuso il Canal 8, l’unico favorevole al governo e poi anche tutti gli altri. Adesso credo funzioni solo una radio della destra golpista HRN”.
Che tipo di reazione c’è da parte dei movimenti? “ti dico solo che i popoli indigeni hanno iniziato una marcia a piedi verso la capitale. Inoltre molte persone sono andate al palazzo presidenziale. Ma non ho informazioni verificate”. Riuscite a comunicare? “la mancanza di corrente fa che i cellulari sono quasi tutti scarichi. Qui dove sono li possiamo ricaricare ma le centinaia di persone nascoste non hanno maniera di farlo”.
Ci sono le notizie di violenza? “Gira voce di almeno un morto, ma non posso confermartela. Le uniche violenze sicure che ho io sono quelle contro i medici cubani. Alcuni sono stati aggrediti, gli altri li stiamo nascondendo. Inoltre qui da noi quando hanno sequestrato le urne del referendum hanno detenuto tre persone ma sono stati costretti a rilasciarli quasi subito. Inoltre ho notizie di liste nere di dirigenti popolari che vengono ricercati, soprattutto quelli che hanno lavorato al referendum. Non ho notizie di persone precise arrestate. Ma centinaia se non migliaia di persone si sono dovute nascondere”.
Sei uscita? Com’è la città? Che idea ti sei fatta sui rapporti di forza? “Ho girato per il quartiere ma come straniera non mi sono avvicinata al punto dove si votava. I militari sono estremamente aggressivi, puntano le armi in faccia alla gente. La gente sta chiamando alla calma e cerca di parlare loro e si stanno facendo azioni pacifiche in tutto il paese. Il messaggio è calma, pace e non opporre altre forme di resistenza”.
Che messaggio puoi lasciarmi in conclusione? “Faccio un appello internazionale a non lasciare solo l’Honduras e a fare informazione su quello che sta succedendo in Honduras. Non credete ai media ufficiali”.
I media ufficiali, del resto, sembrano tutti in linea col recitare il mantra della
( ricandidatura )
Più utile aggiornarsi su Giornalismo partecipativo.
A proposito di fieri democratici (col golpe nel cuore), apprezzo molto la schiettezza de
Il rosario della democrazia di minimo karma
di Andrea Scarabelli

Sono le puntine da disegno del capitale.
Sono studenti, stagisti, sono in ricerca.
Conficcati in un muro in attesa di cadere, sostengono il peso per un po’; poi cadono.
Ines ha tentato di tutto per apparire più bella, quando ha saputo che quei sei mesi non avrebbero portato a nulla. Ines, la nostra stagista, quella che ero convinto mi avrebbe fatto le scarpe. E invece no. Ha trascorso tutto questo tempo poco lontana da me, di solito seduta, in ricerca vorace di informazioni, di feedback, frammenti. Bruciava per capire dove avevano nascosto il salvagente, tentava di rendersi indispensabile.
Ines era quella diversa: da noi perché più dinamica e pronta a prendere tutto, a subire con garbo, a farlo suo; dai suoi coetanei perché così giovane e impermeabile all’apatia, così meccanica nell’efficienza, nel suo non appannarsi mai. Le avevano detto, come una confidenza che non si dovrebbe fare, che era quello che stavano cercando. Le avevano confidato che si cercava ancora, nonostante le voci, nonostante l’evidenza. E invece no, l’evidenza diceva il vero.
Da quando sono caduto in depressione ci immagino tutti posizionati sugli scaffali di una cartoleria. Uno di quei negozi che fanno tanto vecchio quartiere, dove ormai nessuno va più, perché ci sono i computer per scrivere, e ci sono i supermercati per comprare quel poco di cancelleria che serve, e a meno. Mi è diventato chiaro, col tempo, che la cartoleria è il mondo del lavoro, e noi gli articoli in vendita, senza nessuno ad acquistarci.
I creativi le matite colorate, i ricercatori di marketing gli evidenziatori, le segretarie i raccoglitori ad anelli, il nastro adesivo gli account, eccetera.
Tutti lì a prender polvere.
Le puntine da disegno sono le più dolorose. Ognuno di noi lo è stato; lo saremo presto, di nuovo.
A volte penso a quando vivevo con i miei genitori e c’era qualcosa da appendere – una foto, un diploma, un poster – mio padre usciva il sabato e tornava con una di quelle cornici industriali con il plexiglass al posto del vetro. Forava il muro, metteva un tassello, e la stampa restava lì, giusto un po’ meno nitida ma appesa, tranne che in caso di terremoto.
Quando sono venuto a Milano, era diverso. Cambiavo casa in continuazione, o meglio cambiavo stanza, tutto era molto ostile e io cercavo di scendere a patti con questa crudeltà, mi trascinavo dietro più cianfrusaglie che vestiti e appena prendevo possesso di quattro pareti nuove mi accanivo a ricoprirle, per renderle simili alle precedenti. Solo che non c’erano più cornici, trapani, c’erano le puntine da disegno. Bastavano un paio di colpi e la locandina del film era fissata, la caricatura fatta da un’amica, il collage osceno di ritagli di giornale. Stavano su, per un po’.
Quando mi svegliavo trovando a terra una foto e poco lontano la puntina, un po’ storta e inutilizzabile, di solito era ora di cambiare stanza, di nuovo.
Ines è così, e anche quella che il mese prossimo prenderà il suo posto che non c’è, e chi piangerà sognando la scrivania di Luigi. Io li vedo, tutti uguali, ma ciascuno con un piccolo segno distintivo, o meglio con una serie di tratti distintivi e omologanti insieme, a gruppetti, ancora una volta come le puntine da disegno, quelle con le capocchie nere, quelle rosse, blu o gialle, bianche, grigie. Ciascuna nella sua scatolina, insieme a tutte le altre, pronta all’uso, pronta sostenere, stortarsi e cadere: chi ha fatto scienze della comunicazione, chi ha tentato la carriera accademica, chi ha messo la testa a posto, chi ha deciso di cambiar vita e inseguire i propri sogni, chi ha bisogno, e chi ha bisogno; tutti.

Ines arriva ogni mattina sempre più presto, a sfidarci, per questo si fa bella, chiusa in bagno, prestissimo, con i ritagli delle riviste a indicarle la strada, le strategie di trucco, quei volti color faretti e polistiroli e cosmesi, a cui assomiglia sempre di più con il passare dei minuti, sempre più lontana e patinata, e con un sorriso che sfiora la paresi fa il suo ingresso nell’open space come una piccola tromba d’aria, vestita secondo un manuale aggiornato scrupolosamente, pensando e non pensando a quanto le costa venerare le tendenze, in attesa di poterle imporre, a quanti soldi brucia ogni mese, forse ricordando che questo stage semestrale non era assolutamente retribuito, nemmeno rimborsato, a parte qualche striminzito buono pasto, forse ripetendosi che questo modellarsi, questo non crollare mai lo sta facendo per il proprio futuro, «Ciò che non uccide fortifica» ha scritto sul suo blog, e poi anche «Andare a caccia di ciò che è cool rende gelidi», forse Ines si prenderà un periodo sabbatico, lei e il windsurf.
Questa non è la solita tirata contro il precariato. È una constatazione: abbiamo perso.
Tutti, tutti.
Il problema non sono le condizioni materiali, la crisi economica, la scarsità della domanda. Sbagliano. Il nocciolo della questione è il desiderio. Il nostro essere puntine da disegno del capitale (il nostro esserlo stato, il nostro stare per) deriva dal fatto che non sappiamo volere altro, non ricordiamo nemmeno di poterlo fare. L’altra metà della trappola sono le aspettative: ci hanno convinto che ci siano dei futuri possibili, tenuti da parte per noi. Ci hanno inculcato questa idea fin dall’età più inconsapevole e intuitiva, ci hanno contaminato. Ci hanno rassicurato: c’è qualcosa per noi, di designato e gratificante – certo non sarà distribuito così, alla cazzo, ma in cambio di un ragionevole impegno noi saremo tutto; concertisti oppure padri di famiglia, speculatori di borsa che comprano e vendono azioni con il loro MacBook da una spiaggia della Guadalupe, assistenti sociali, scenografi. Noi li abbiamo ascoltati, ci siamo rassegnati. Niente è precluso, ci hanno detto, purché ricercato in maniera costante e ragionevole; e invece no. È falso. Peggio: è pericoloso. Questa minuziosa catena di montaggio di aspettative, a cui ci esponiamo come a una chemioterapia, sgretola la capacità di provare desideri, ci mangia all’osso. E la pulsione erotica verso i nostri sogni, la voglia di farsi una sproporzionata e infinita e goduriosa scopata con la vita, sono degli strumenti di resistenza, dei grimaldelli che però ci sono stati tolti di mano in maniera complessa e consapevole. Sono riusciti a trasformare tutte le nostre esperienze – dall’hobby alla perversione sessuale, dalla rabbia allo sport – in esperienze formative. Ci hanno convinto (e in un modo così totale e scacchistico che ci si può solo inchinare) che proprio quei frammenti di vita che per definizione, tempo libero, stanno dall’altra parte della barricata, proprio quegli atti in cui si è sempre investito il massimo carico emotivo, la propria risicata quota di pazzia e spontaneità, siano funzionali. Ce li hanno portati via. Così oggi cerchiamo di collocare nello schema del nostro curriculum quello che facciamo ancora prima di compierlo, e addirittura per decidere se compierlo o meno. Se non si incastra, se ha un posizionamento troppo ambiguo, lo evitiamo. A questo punto tutto è pronto per il colpo di grazia. Che, viste le premesse, non è nemmeno qualcosa di spettacolare, di ultraviolento: basta una spintarella. Quando si entra finalmente nel mondo reale (perché prima si viveva in una parentesi, e ce ne rendiamo conto in quel momento) le aspettative vengono deluse, tutte insieme. Non c’è niente.
Così non si entra mai, per davvero, ci si esilia nelle pieghe di una realtà immaginata. Ci si stacca, ci si aliena, ci si rimuove. Di solito qualcosa si storta dentro, e non va a posto, mai. Ci si deprime, tutti e in profondità, con più o meno consapevolezza, che si trovi lavoro oppure no, che si duri, che non. Le puntine da disegno, così colorate, così pronte all’uso. Così rotte. E quando capisci che qualcosa non va, che tutto non va, e vorresti reagire, ti trovi rapinato del desiderio, ed è come se intorno avessi solo nebbia, non vedi niente, non vedi possibilità. È per questo che abbiamo perso tutti, e abbiamo perso male. Tutto ciò non porterà nulla di buono, nemmeno per chi l’ha imposto, non può. È un errore, non per questo meno grave, ma terribilmente miope. Addirittura controproducente. Perché se la ribellione, la voglia di cambiare, la trasgressione sono tutte dinamiche sane, che spingono avanti l’orizzonte, che finiscono per produrre vantaggi anche per chi ha il potere, in questo modo invece si mette un tappo, per quanto robusto, per quanto potente, ma assediato di pressione, una pressione inimmaginabile. Così è possibile progredire solo per strappi e lacerazioni. Migliaia, milioni, miliardi di puntine da disegno, di articoli di cancelleria, a prender polvere, prima di esplodere.
Quando stai mangiando una mela tu e la mela siete parti di Dio,
Quando pensi a Dio sei una parte di ogni parte e niente e' fuori da tutto
Quando vivi tu sei un centro di ruota e i tuoi raggi sono raggi di vita;
puoi girare solo intorno al tuo perno o puoi scegliere di correre e andare
Quando dormi tu sei come una stella e il respiro e' come fuori dal tempo;
Quando ridi e' come il sole sull'acqua, sai che farne della vita che hai
Quando ami tu ridoni al tuo corpo quel che manca per riempire un abbraccio,
Quando corri sai essere lepre e lumaca se hai deciso di arrivare o restare
Quando pensi stai creando qualcosa, illusione e' di chiamarla illusione,
Quando chiedi tu hai bisogno di dare, quando hai dato hai realizzato l'amore.
Quando gridi la realta' non esiste hai deciso di essere Dio e di creare.
Quando chiami tutto questo reale hai trovato tutto dentro ogni cosa.
1.
L'ovulo è assediato dagli spermatozoi, che sono già arrivati alla tuba
Si configura il reato di adunata sediziosa...
2.
Lo spermatozoo si incontra con l'ovulo e lo penetra...
Violazione di domicilio. Informare le autorità competenti.
3.
I cromosomi si sdoppiano in più parti che si gonfiano come ribollendo e si dividono in due, quattro...
Attività strategica di depistaggio degli inquirenti.
4.
Il feto si muove nell'utero. Manda messaggi alla madre emettendo sostanze organiche.
Trattasi di codice da decifrare che costituisce comunicazione tra frange eversive. Acquisire come materiale probatorio.
5.
Il feto si riveste di sottili escrescenze che gli servono per rifornirsi nell'utero.
Detenzione illegale di armi. Rapina
6.
Si forma la placenta e il sacco amniotico.
Si ipotizza che “Placenta” sia il nome della banda atta a compiere gesta criminose. Nel sacco amniotico è probabile venga conservata la refurtiva.
7.
Si formano tessuti e organi
La banda si specializza con una evidente organizzazione gerarchica.
8.
Primo mese. Da scansione a raggi turettici si evidenzia un’ombra rossa identificabile come il fegato.
Chiara epatite da abusi alcolici.
9.
Un mese e mezzo. Si stanno formando le dita
Aumentare le risorse anti-taccheggio
10.
Quattro mesi. Le manine sono perfettamente formate.
Provvedere al rilievo delle impronte digitali e di tutti i dati antropometrici disponibili
11.
Cinque mesi. Dall’ecografia è evidente che si sta poppando il dito
Atti osceni in luogo pubblico...
12.
Sei mesi. Il feto si ingrossa
Occupazione di luogo pubblico
13
Nove mesi. Il feto si muove verso l'uscita
Allertare le forze dell'ordine. Evacuare la zona. Predisporre i servizi medici, i preti e le strutture scolastiche per la presa in carico del criminale.
di Alberto Prunetti
Ruggine - magazine di fantascienza radicale
[...]
Siamo convinti che la realtà in cui siamo immersi non segua nessun destino ineluttabile, ed è per questo che possiamo prenderne le distanze, per riderci sopra prendendola sul serio, per ironizzare sui paradossi che la compongono, per costruirne un’altra, iniziando a immaginarla, mentre lottiamo contro i mulini a fusione nucleare.
(via Carmilla)
LA STORIA
Così muore un innocente
nell'indifferenza di Napoli
Eppure, ricordo bene come uscì la notizia il 26 maggio 2009, sempre sulla stessa testata:
Un gruppo di fuoco insegue un romeno e lo finisce con una coltellata al cuore
Il ragazzo colpito alla spalla da una pallottola vagante vicino alla stazione di Cumana
Napoli, sparatoria nei vicoli del centro
Ferito un 14enne che giocava a pallone
E' successo tutto intorno alle otto di sera: prima i colpi di pistola - "diversi", dicono i testimoni - poi le sirene della polizia e delle ambulanze. Fra la biglietteria della stazione e il binario 4 della stazione, il corpo dello straniero; fuori, quello del ragazzo. I viaggiatori che aspettavano il treno per raggiungere la zona flegrea raccontano che due uomini su una moto inseguivano il rom. "Avevano una pistola", ricorda un testimone ancora terrorizzato. "Un colpo, due, tre, ma quello continuava a correre. Si è rifugiato in stazione". L'hanno raggiunto, ucciso infine con una coltellata al cuore, come una vera e propria esecuzione della camorra.
Mentre in piazza Montesanto, davanti alla stazione, si radunavano i curiosi e la moglie della vittima piangeva disperata la morte di suo marito, il ragazzino colpito ad una spalla, è stato ricoverato all'ospedale Vecchio Pellegrini con la clavicola fratturata, trafitto da parte a parte da un colpo di pistola. Qualche centimetro, e sarebbe morto senza una ragione.
http://www.repubblica.it/2009/05/sezioni/c
Adesso che l'indifferenza da parte dei media si è spezzata e si parla tanto d'indifferenza...non voglio aggiungere altro.
Anzi no, forse è il caso di aggiungere il video, lasciare spazio alle parole della moglie Mirela e tenere d'occhio l'orologio per ricordarsi di quanto possono essere interminabili 30 minuti.
«Per 5 minuti ha parlato. Per 10, mi ha guardato fisso negli occhi e, quando io gridavo, lui scuoteva la testa e mi stringeva più forte la mano. Per mezz' ora il corpo di mio marito Petru è rimasto per terra e nessuno ha fatto niente. Ci guardavano tutti e c' era anche chi mi scattava fotografie. È arrivata un' ambulanza, ma non era per noi era per il bambino ferito. Due feriti un' ambulanza sola... per l' italiano»
"Mamma, papà, da grande voglio fare il giornalista o il poliziotto o il ministro o la velina..."
Sì, ma la notizia...qual'è?
Già, la notizia...
Fotoreporter: "No alle ingerenze"
Invitati a fornire copia delle riprese (foto, video) del corteo studentesco del 19 maggio a Torino. Il Congresso della Subalpina: Il Questore riconsideri la sua iniziativa"
I delegati dei giornalisti piemontesi, riuniti nel Congresso regionale dell’Associazione Stampa Subalpina, sabato 23 maggio 2009, hanno approvato il seguente ordine del giorno:
“In questi giorni la Questura di Torino sta rivolgendo alle redazioni dei giornali l’invito a fornire copia del materiale iconografico – fotografie, video – relativo agli scontri accaduti in occasione del corteo studentesco di martedì 19 maggio.
Si tratta di un’iniziativa che desta perplessità, poiché richiede a giornalisti e fotoreporter di svolgere un compito che non appartiene loro, sostituendosi agli investigatori nella raccolta di elementi di prova, ma soprattutto perché, se trovasse un riscontro da parte loro, li esporrebbe al rischio di essere additati come “complici” e “delatori”, con tutte le immaginabili conseguenze: ciò che, mentre da un lato comporterebbe il pericolo di aggressioni fisiche o verbali in future analoghe occasioni, dall’altro provocherebbe una concreta e rilevante compressione del diritto di cronaca e della libertà di informare. Quanti giornalisti, fotoreporter, tele o video-operatori potrebbero presentarsi a un’altra simile manifestazione per documentarne lo svolgimento serenamente e in sicurezza? Quale grado di fiducia potrebbero ottenere, da parte delle loro fonti coinvolte nella vicenda, nel raccogliere notizie su iniziative future?
La perplessità è accresciuta poi dalla necessità assai relativa di acquisire una tale mole di materiale: non si tratta, infatti, di assicurarsi le sole poche immagini che provano la responsabilità di un delitto, ma di aggiungere centinaia, forse migliaia, di fotografie e molte ore di riprese a una abbondante quantità di documenti già in possesso delle forze dell’ordine perché realizzata dai suoi stessi “numerosi” operatori, che abitualmente – e proprio con lo scopo di raccogliere indizi e prove – ritraggono ogni momento delle manifestazioni di piazza.
Va poi considerato un aspetto non irrilevante, che incide più in profondità sull’attività giornalistica di raccolta di informazioni, sul pieno dispiegamento e sulla consapevolezza del giornalista di poter disporre della massima libertà possibile. Chiedere a un fotoreporter o a un tele-video-operatore di fornire indiscriminatamente le immagini non pubblicate dai media – siano essi giornali, tv o siti internet – equivale a chiedere a un cronista di consegnare i taccuini con gli appunti o di consentire l’accesso ai files del suo computer: una pratica pericolosa che, mettendo a repentaglio – come già accennato – la sicurezza stessa dell’interessato, rischia di violare il segreto professionale e di limitare la libertà, sancita dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, “di ricevere e di comunicare informazioni o idee senza ingerenza alcuna da parte delle autorità pubbliche”. Contravvenire a questi principi, attenuare il sistema di garanzie a tutela dell’informazione, significa essere tutti meno liberi: i giornalisti, il pubblico, le persone oggetto del loro lavoro.
Non si tratta di negare la collaborazione che, per un principio di cittadinanza e di vivere civile, ciascuno è tenuto ad assicurare all’autorità pubblica, ma di difendere una libertà e una professione che rappresentano un bene prezioso per ogni comunità democratica.
E’ con questo spirito che il sindacato dei giornalisti chiede al Questore di Torino di voler riconsiderare la propria iniziativa, nel rispetto del ruolo di ciascuno: quello delle forze dell’ordine, che è di investigare sui reati e garantire la sicurezza dei cittadini, e quello dei giornalisti, che è di raccontare gli avvenimenti di pubblico interesse “senza ingerenza alcuna” e senza sconfinare in terreni che non appartengono loro, come quelli propri di polizia e carabinieri”.
Tra le vittime ci sono 22 nativi e 11 poliziotti, per gli scontri avvenuti durante una protesta di etnie di 5 regioni che reclamano la derogazione delle leggi che - secondo le organizzazioni indigene - vulnerano i loro territori e l'ambiente, in relazione allo sfruttamento petrolifero a beneficio delle imprese multinazionali.
(...)



